IL PRETESTO (capitolo 1)

Noi siamo ciò che siamo stati…
Il cervello umano funziona sulla base di schema e script.
Il nostro cervello elabora ogni nostra nuova esperienza sulla base di un confronto tra un modello stereotipico che iniziamo a crearci già a partire dai tre anni…

Noi siamo ciò che siamo stati…
Fin dall’adolescenza elaboriamo un tono narrativo che resterà stabile per tutta la nostra vita.

Fare teatro dovrebbe portarci ad essere come bambini di due anni, senza alcun narratore interno, senza schema a cui far riferimento, senza script a cui attendere

Noi siamo ciò che siamo stati…
Man mano che diventiamo adulti percepiamo sempre più la realtà in relazione con le nostre precedenti esperienze. Tendiamo a confermare le attese… perché cambiarle richiederebbe uno sforzo neurologico maggiore.

Fare teatro richiede accettare il disagio che provoca non avere schema e scrip a cui aggrapparsi per identificare e comprendere la realtà.

Fare teatro credo sia un gioco nel quale la possibilità di uscire dagli schemi (o dagli schema) sia l’occasione per cambiare prospettiva… e anche se non funziona sempre nello stesso modo, a volte un cambiamento di prospettiva ti fa vedere chiaramente quello che fino ad ora ti sei perso.

Noi siamo ciò che siamo stati…
ciò nonostante, tutti siamo siamo sia impulsivi che compulsivi
il cervello funziona anche così.

 

Forse c’è un premio per coloro che decidono di uscire dalla propria zona sicura di attese, anche quando il solo pensiero ci fa venire la nausea. Anche quando siamo lì e non vorremmo fare nient’altro che scappare verso un posto migliore.
Non è forse per questo che la gente ripete sempre che ciò che non uccide, fortifica?

Bè lasciate che vi dica una cosa: chi lo dice non ha mai fatto un corso di teatro!

 

Noi siamo ciò che siamo stati…
…ma questo non vuol dire che non potremmo anche essere qualcosa di diverso.
Tutti siamo un rischio, ma tutti abbiamo qualcosa.

I’ll be missing you

C’è una ragione se sono sempre stata da sola.
C’è un motivo se sostengo che da soli sia meglio.
Non penso che si possa essere più felici da soli… ma so che è più facile, da soli.

E così ho sempre detto che sarei stata meglio da sola.
Io, il mio lavoro, i miei pochi amici, i miei viaggi, le mie passioni…
Impegnarsi con qualcuno? Dà più problemi che vantaggi…
L’ho sempre detto che non era per me.

A quanto pare, ho cambiato idea.

Ho sempre pensato che se avessi amato qualcuno e poi fosse finita, e poi mi avesse tradito, e poi mi avesse lasciata…
e poi si fosse stancato di me?!

È più facile stare da soli.

Perché se impari che ti piace stare con qualcuno, e poi non puoi starci insieme…
se impari che desideri appoggiarti a qualcuno, e poi tutto crolla…
se impari che esiste qualcuno che ti può far sentire “al tuo posto”, e poi non questo qualcuno non ce l’hai più…

Potresti sopportare un dolore del genere?
Perdere qualcosa che hai tanto amato è come perdere un pezzo del tuo corpo, scoprirsi all’improvviso monchi di qualcosa che sapevamo essere indispensabile…

Bisogna imparare ad adattarsi
Adattarsi o morire…
E per quante volte lo possiamo aver sentito dire, l’abbiamo ripetuto e l’abbiamo metabolizzato, non è una cosa facile da imparare.

Siamo esseri umani, e chi sa perché vogliamo sempre di più.
Non possiamo accontentarci di sopravvivere.
Vogliamo l’amore, vogliamo la felicità, vogliamo il meglio…
vogliamo la pace… la cosa buffa è che per ottenerla, lottiamo come dannati…

DNA

A chi me lo chiede, a chi me l’ha chiesto…non ho mai risposto raccontando la verità.

Esulo di solito, invento raramente…più che altro improvviso. Ma la verità c’è, ed è sempre stata scritta nel mio DNA

La mia passione per il teatro l’ho ereditata da mia nonna, e da lei ho imparato tutto.

Lei mi ha insegnato che a teatro ci si va sempre, per qualsiasi spettacolo vale la pena prepararsi e andare.

Lei mi ha insegnato che a teatro si va coi tacchi e la gonna e se proprio non si può andare dal parrucchiere i capelli devono essere comunque impeccabili, perché è un luogo che va celebrato e merita composta osservazione.

Lei mi ha insegnato che all’opera si va preparati, possibilmente sapendo a memoria le parole delle arie del libretto, non tanto perché le si abbia lette e memorizzare, ma perché le innumerevoli volete che si sono ammirate sui palchi dei teatri, te le hanno impresse per la vita nelle labbra e nelle orecchie.

Lei mi ha insegnato che le mani si battono solo alla fine dello spettacolo, perché prima disturbano…gli altri tuoi consorti spettatori, e gli artisti che si stanno esibendo.

Lei mi ha insegnato che non si va a chiedere l’autografo, quasi gli attori fossero esseri irreali che non esistono dopo la loro performance…
Ma poi mi ha sempre lasciato andare nei camerini dei miei ballerini preferiti per farmi firmare il libretto di sala.

Lei mi ha insegnato che si fanno sacrifici per andare a vedere gli spettacoli che ci piacciono…come prende la bicicletta da Creazzo e pedalare fino a Verona per sedersi a terra ai bordi dell’Arena.

Lei mi ha insegnato che l’uomo con cui si deciderà di vivere la propria vita amerà l’opera proprio come te e anche se non è perfetto, la domenica pomeriggio ti porterà in cento a Caracas a sentire il più incredibile tenore mai ascoltato, intonate la Tosca con lacrime e sangue cantando “E lucevan le stelle”.

Lei mi ha insegnato che poco prima di morire, anche se impossibilitati a muoversi da casa per l’età e la malattia, la nostra memoria ci riconduce là dove il nostro corpo è sempre stato…e la tua ti riportava là nei teatri che hai ammirato e nelle arie delle opere che hai ascoltato.

Lei mi ha insegnato che essere spettatori è un arte raffinata e profonda, basata sul rispetto per il luogo sacro nel quale si sta entrando.

Non mi ha mai vista salire sul palco, mai vista recitare una parte, mai ascolta provare un monologo o cantare una canzone.
Ma mi ha inseganto la cosa più importante per continuare a vivere il teatro con l’unica arma a mia disposizione: il rispetto per la sacralità dell’arte che si va cercando.

Ma c’è una cosa che non sono riuscita a imparare da lei… la naturale compostezza con cui accettava che tutto ciò che accadeva dentro un teatro avesse motivo di essere, senza un movente altro da ricercare. 

Lei aveva in se l’essenza prima e fondatrice del teatro: quella pacata immersione nell’istantanietà, nella fugacità, nell’irripetibilità del evento unico che si andava vivendo…
Atti, momenti e respiri che non si sarebbero mai più potuti ripetere.

A TE nonna devo la mia passione e il mio tormento, per questo ultimo insegnamento che non sono stata capace di apprendere ed ereditate. 
A TE, che senza parole, ma agendo, mi hai insegnato e tramando questo dono, che sempre porterò nel cuore e ricercherò nelle pieghe di un teatro.

TO PLEASURE

PIACERI:

il contatto dei piedi nudi con la sabbia calda e il mare freddo

il piccolo istante di vuoto allo stomaco prima del decollo del aereo

dormire al caldo nel tuo letto, cullato dal rumore della pioggia battente sul tetto

Daniel, che mi abbraccia e mi domanda “mi vuoi bene?”
Daniel che ride
Daniel

lo sguardo alla campagna dalla finesta della cucina… la mattina al sorgere del sole, o d’inverno ammirando la distesa innevata. I ricodi di quel luogo, le figure di noi bambini che giochiamo, ci rincorriamo, cadiamo, ridiamo, sbagliamo… cresciamo.
I ricodi, di quel che avremmo voluto essere, di quel che sognavamo… Stiamo vivendo la vita che immaginavamo? Siamo le persone che sognavamo di essere una volta cresciuti?
“Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente.” – Marcel Proust

ridere, fino a far scorrere le lacrime e sentire i crampi alla pancia

il rumore dei pop-corn che scoppiettano nella pentola e il mangiarli, ancora caldi, guardando un film

la musica, in macchina per accompagnarti nel viaggio, in casa per farti ballare, cantare, rilassare, evadere…

nuotare, nel mare
correre, dove non ci sia cemento
arrampicarsi, su un albero
danzare

viaggiare, per gustare nuovi sapori, per contemplare nuovi colori, per conoscere nuovi rumori, per incontrare nuovi odori, per esplorare nuove consistenze… per occupare nuove luci.
Andare lontano, tornare forse, restare, partire, salpare, esplorare, soggiornare, risiedere, abitare… vivere.
“Niente è più inabitabile di un posto dove siamo stati felici” – Cesare Pavese

il caffè-latte col pane, la sera tardi, per cena

il rumore di passi conosciuti, l’incidenza del loro andare sul paviemento… presagio del incontro che avverà a breve (la nostalgia di non sentirli più)

il profumo… del cibo, di casa, del bagno schiuma del nonno, del bucato da stendere, di candele alla vaniglia, della pelle della persona che ami, distese di glicini, il mare, Coco Mademoiselle di Chanel…

il teatro, per conoscersi
il teatro, per riconoscerti
il teatro, per conoscere

tu che ti addormenti dopo aver fatto l’amore e la pace del mio corpo che si accoccola di fianco a TE
Credevo fosse per il sesso, ma non è per quello… il sesso non c’entra. E’ per quello che viene dopo…quando il mondo si ferma e io mi sento al sicuro, protetta, in pace… e amata.
“Allora le era dato di ritrovare quel che cercava, nella sensazione certa che esisteva un luogo in cui il mondo non era ammesso, e che coincideva col perimetro disegnato dai loro due corpi, suscitato dal loro stare insieme e reso inattaccabile dalla loro anomalia” – Alessandro Baricco

gli abbracci, stretti e affettuosi

il portico di casa, d’estate, uno spazio in attesa tra afa e silenzio

la gentilezza, mia, altrui, sconosciuta

la bellezza

leggere,
scrivere,

Amare.

TEATRO-CUCINA® (v.3)

Buio…
Overture…
Sipario…
…luci.

È così che inizia, una delle più belle serate della tua vita quotidiana. 
Perché anche se a una tavola che non è la tua, ti accorgi presto come ciò che condivi è comune a tutti coloro che siedo con te.

È tutto pronto, il tempo delle prove, delle aspettative, delle cotture, l’attesa… finito.

Fin dove saprà portarti questa serata?
Fin dove potrà arrivare questa volta?
Che lo spettacolo, o meglio, che il banchetto abbia inizio…

…è tutto pronto.

Ma cos’è che in realtà è pronto?

La tavola…apparecchiata e preparata a richiamare all’occhio memorie passate e conosciute, ma mai da noi attraversate veramente?
Le posate, i piatti, il tovagliolo arrotolato, il profumo ad esso intrecciato, il sale, il pepe, lo scrigno segreto a contenere il bicchierino? 

O piuttosto gli attori?
Abili e indaffarati, capaci di rapirti e accompagnarti in un viaggio immobile con l’unico moto rapido e suggestivo della tua memoria, complice nell’impresa di riportare in vita qualcosa di un po’ dimenticato.
I loro corpi, le mani, i gesti e le parole, le danze, i canti, le fatiche mostrate e quelle abilmente celate.

E se fossero invece le pietanze?
Raccontate e rivissute per poi giungere individualmente a rievocare un sapore che da qualche parte, una volta, avevi già incontrato. 
Fresche e colorate, cotte, fumanti, insolite e profumate…giungono infine al tuo palato quando già la tua mente le aveva indovinate.

Ma ho scoperto, nella mia nuova esperienza, che nessuna di queste è la risposta alla mia domanda, benché tutte ne siano una parte importante.
Ciò che in relatà era pronto eravamo noi, che ci accingevamo si a mangiare, ma ancora di più, inconsciamente, eravamo pronti ad ammirare il banchetto degli altri…

Voi, gli attori…ma anche chi con noi si era seduto alla medesima tavola… 
…per riscoprirci comuni nella quotidianità di un gesto che individualmente compiamo e ripetiamo, ma banalmente dimentichiamo e sottovalutiamo nella sua popolarità.

TEATRO-CUCINA http://www.teatroinpolvere.it

FASE 5

Fase 5: accettazione.

E’ così che rimani vivo, quando il tuo corpo ad un tratto cede e tu soffri così tanto che non riesci a respirare, così intensamente che non credi ti salverai… è così che ti ricordi di essere vivo.
Scoprendo che un giorno, inspiegabilmente, non ti sentirai più così male. Non soffrirai più così tanto.
Perchè un giorno tutto questo dolore lascerà il posto ad altra gioia, ad altra felicità… ad altra vita.

Il meglio che possiamo fare, allora, è provare ad essere onesti con noi stessi:
non negare la soffereza
dar sfogo alla pressione cui siamo sottoposti
pregare
accogliere la depressione
accettare la nuova realtà delle cose.

La cosa più insopportabile del cordoglio è che non lo puoi mai controllare.
L’unica cosa che puoi fare è accoglierlo quando arriva…
e lasciarlo andare quando ci riuscirai…
quando alla fine sarai in grado di ammettere di aver fatto tutto il possibile e abbandonarti, finalmente…
arrivando all’accettazione.

Per quanto ci si affanni per evitarlo, a volte si cede… il nostro corpo cede.
E può fare paura… paura da morire.

Ma questo precipitare verso il fondo può anche essere l’occasione per i tuoi amici di afferrarti e salvarti.

 

Ci sono 5 fasi del dolore, sono diverse per ciascuno di noi, ma sono sempre cinque.
Rifiuto. Rabbia. Patteggiamento. Depressione. Accettazione.

FASE 4

Fase 4: depressione

Quando le preghiere sono state ignorate e il nostro patteggiare è fallito arriva il punto in cui crolliamo nella depressione… nella disperazione.

Il dolore è una cosa che abbiamo tutti in comune, ma per ciascuno di noi ha un modo diverso di manifestarsi, sfogarsi, mostrarsi… non è solo la morte che ci fa soffrire, ma anche la vita, i cambiamenti, le delusioni, gli affetti e anche le persone.

Perché deve fare così schifo?
Perché deve fare così male?

Forse perché dovremmo vivere ricordando sempre che tutto potrebbe cambiare da un momento all’altro.
Forse perché è proprio quando soffri così tanto che ti ricordi che sei vivo.

Non ci sono soluzioni né risposte facili.
Bisogna imparare a respirare, profondamente… e aspettare
aspettare che ad un certo punto il dolore vada a nascondersi da qualche parte.

E così impari a conviverci… la maggior parte delle volte impari a sopportarlo,
ma altre volte..

Il dolore arriva a tempo debito per tutti, a ciascuno il suo.
Devi solo imparare a conviverci, perché l’unica verità è che non puoi evitarlo e la vita te ne porta sempre dell’altro.