open wound

Siamo tutti feriti a quanto pare…chi più chi meno.
La vita ci colpisce e delude in continuazione e noi ci portiamo dentro queste ferite restituendo il dolore che ci tormenta.
Siamo esseri sgraziati e distratti, ci muoviamo graffiando, schiacciando, rompendo, distruggendo… facciamo del male agli altri e a noi stessi, e poi ci mettiamo all’opera per rimediare ai danni fatti.

Sanguiniamo.
Sanguiniamo tutti nel nostro io e ci affaccendiamo continuamente per nascondere le nostre pene, ci impegniamo estenuamente per celare i nostri tormenti, ci segreghiamo dietro una maschera di benessere e indifferenza che speriamo ci proteggerà da nuovi dolori e sofferenze.

Finché ad un certo punto, tutto crolla.

“Non c’è più niente fare” è l’ultima cosa che ci resta da dire, quella che combattiamo continuamente affinché non ci si debba mai arrivare.
Non ci piace rinunciare, è l’ultima cosa che vorremo fare. Piuttosto che considerarci una causa persa, preferiamo combattere più duramente, ancora una volta, un’ultima volta.
Ma arriva un momento in cui tutto questo semplicemente diventa troppo, un momento in cui siamo troppo stanchi per continuare a combattere.
Quando è che arriva il momento di gettare la spugna? Quand’è che si deve accettare che una causa persa è semplicemente questo?

Non so quando è che arriva, ma ad un certo punto, semplicemente, rinunciamo.
Rinunciamo a combattere, rinunciamo a lottare, rinunciamo a fingere, rinunciamo a capire, rinunciamo a proteggerci, rinunciamo a credere…
Rinunciamo.

E quello è il momento in cui il vero lavoro comincia: per cercare speranza là dove sembra non essercene più alcuna.

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