Post Lezione_8: POINT OF VIEW

È intenso, quello che succede in una sala prove di un teatro, quando ci sono in ballo dei corpi più che delle persone e si gioca a ridisegnare la realtà come se non avesse forma, colore o dimensione.
Si crea un legame con i compagni accanto a te, un legame impercettibile, indescrivibile; c’è qualcosa di intimo nell’essere così legati alla stessa indefinibile sorte.
Che ti piaccia o no, che i compagni ti piacciano o no, si diventa come una famiglia.

Ho imparato a considerare la sala prove del teatro come il mio nido sicuro nel quale muovermi e sperimentare. La maggior parte dei miei compagni preferisce il palcoscenico e la distesa di seggiolini ripiegati, alla fatica degli esercizi che ci vengono richiesti, all’improbabilità delle situazioni proposte e all’estenuante ripetizione di atteggiamenti e movimenti.
Ma io no. Io ho imparato a comprendere la mia instabilità in quei movimenti, a placare le mie euforie in quegli esercizi, a motivarmi strenuamente in tutte le situazioni.

La sale prove è la mia chiesa, la mia casa, la mia scuola… io amo stare qui.

Mi correggo.
Amavo stare qui.

Peace

Se chiedete a un attore perché ha deciso di fare quel mestiere, la maggior parte di loro vi dirà che è per l’esaltazione, l’adrenalina, l’ebbrezza che provi mentre interpreti un personaggio straordinario su di un palcoscenico con tutti gli occhi puntati addosso a te in attesa di una grande performance. O almeno questo è quello che credo io.

Per me non è così. Forse è perché ho frequentato una classe di 17 femmine freneticamente indaffarate a distruggermi l’esistenza… sicuramente è per questo. E’ stata la calma a portarmi al teatro. La sala prove di un teatro è un posto tranquillo, sereno, lontano dalla realtà e dalla quotidianità.
Deve esserlo perché si possa restare concentrati e trovare l’ispirazione, l’estro, la magia.
In sala prove, coi compagni di corso, tutto il frastuono del mondo, tutte le preoccupazioni, tutte le difficoltà, tutte le ingiustizie… spariscono.
La calma scende su di te, il tempo passa senza pensieri, in quel momento, ti senti completamente in pace.

La pace non è uno stato permanente: esiste a momenti, è fugace, svanisce prima ancora che ce ne accorgiamo. Possiamo sperimentarla in qualsiasi occasione, nell’attesa all’uscita di scuola di tuo figlio, nella pianificazione di un viaggio futuro o semplicemente nel conforto di un caffè con un amico.

Ogni giorno sperimentiamo momenti di pace. Il trucco è capire quando arrivano per poterli godere appieno e viverli.
E alla fine lasciarli andare.

Lezione_7: EMOTIONS

Ho una persona in mente: è brillante, capace, abile, intelligente, preparata, sa superare i problemi che la vita le pone dinnanzi, sa gestire l’imprevedibile con lucidità, sa reagire alle difficoltà col giusto spirito e savoir fair… è proprio un brava persona, forse addirittura eccellente… potrei essere io, ma io non sono così brava.

E ho paura che non diventerò mai la persona che ho in mente, perché ho paura che ci sia qualcosa (o forse qualcuno) che me lo impedisca.

Le emozioni sono una gran rottura. Davvero una grande rottura.
Le emozioni confondono, imbrogliano, turbano, sbalordiscono, mortificano, annientano…

Ma possiamo imparare a governarle.
Dicono che la pratica renda perfetti: più sei freddo, distaccato, cinico, indifferente e più sarà difficile cambiare atteggiamento.
Smettiamo di pensare come essere umani barattando le nostre emozioni col successo, l’egoismo, la vanità e l’ambizione.
Diventiamo dei vuoti contenitori di futilità e vanagloria. Gelidi automi dispensatori di formule e ricette. Esseri esanimi millantatori di superiorità.

Ma non è una gara: mai.
Le emozioni che ci neghiamo sono letali come respiri mancati, ci consumano l’anima e distruggono la nostra essenza.
La vittoria non sta nel sopravvivere schivando le gioie e i dolori delle emozioni più vere, ma nel salvare delle vite emozionando col nostro fare.
E se siamo fortunati, un giorno, la vita che salveremo sarà la nostra.

E’ stata una buona giornata, anzi una splendida giornata. Sono stata un brava persona e anche se non è stato facile, sono stata la persona che avevo in mente. C’è stato un momento in cui ho pensato “non ce la faccio”, “non ce la posso fare da sola”, poi ho chiuso gli occhi e ho immaginato me stessa mentre agivo.

E ce l’ho fatta, ho superato la paura e ce l’ho fatta… emozionandomi

open wound

Siamo tutti feriti a quanto pare…chi più chi meno.
La vita ci colpisce e delude in continuazione e noi ci portiamo dentro queste ferite restituendo il dolore che ci tormenta.
Siamo esseri sgraziati e distratti, ci muoviamo graffiando, schiacciando, rompendo, distruggendo… facciamo del male agli altri e a noi stessi, e poi ci mettiamo all’opera per rimediare ai danni fatti.

Sanguiniamo.
Sanguiniamo tutti nel nostro io e ci affaccendiamo continuamente per nascondere le nostre pene, ci impegniamo estenuamente per celare i nostri tormenti, ci segreghiamo dietro una maschera di benessere e indifferenza che speriamo ci proteggerà da nuovi dolori e sofferenze.

Finché ad un certo punto, tutto crolla.

“Non c’è più niente fare” è l’ultima cosa che ci resta da dire, quella che combattiamo continuamente affinché non ci si debba mai arrivare.
Non ci piace rinunciare, è l’ultima cosa che vorremo fare. Piuttosto che considerarci una causa persa, preferiamo combattere più duramente, ancora una volta, un’ultima volta.
Ma arriva un momento in cui tutto questo semplicemente diventa troppo, un momento in cui siamo troppo stanchi per continuare a combattere.
Quando è che arriva il momento di gettare la spugna? Quand’è che si deve accettare che una causa persa è semplicemente questo?

Non so quando è che arriva, ma ad un certo punto, semplicemente, rinunciamo.
Rinunciamo a combattere, rinunciamo a lottare, rinunciamo a fingere, rinunciamo a capire, rinunciamo a proteggerci, rinunciamo a credere…
Rinunciamo.

E quello è il momento in cui il vero lavoro comincia: per cercare speranza là dove sembra non essercene più alcuna.

A terrible day.

Ho avuto una giornata terribile, lo diciamo continuamente no: un problema sul posto di lavoro, una lite col fidanzato, il ritardo all’appuntamento.
Sono queste le cose che definiamo terribili, quando in realtà niente di terribile è successo.
Queste sono le cose per cui preghiamo tutti i giorni: che il bambino non abbia la febbre, che splenda il sole, che non ci sia traffico, che a lavoro scorra tutto liscio…

Quando poi le cose veramente terribili accadono, allora iniziamo a pregare Dio di fare a cambio. Gli chiediamo di restituirci i piccoli problemi quotidiani e di riprendersi indietro il male.

Sembra tutto così ridicolo adesso vero? il caffè rovesciato, la sfuriata del capo, il vetro rotto, lo scarico intasato, il telefono fuori uso…

Sarebbe stato diverso se avessimo potuto vedere cos’altro ci aspettava?

L’impatto improvviso è il più terribile degli incidenti. Non è tanto per la collisione in se che si rimane feriti, ma per ciò che ne scaturisce dopo, perché non c’è modo di sapere fin quando le ferite continueranno ad emergere in superficie.
Non siamo mai preparati ad un impatto improvviso, perché ti colpisce e basta, dal nulla. Non puoi aggrapparti a niente, non puoi schivarlo, non puoi prevederlo e non puoi proteggerti.
Arriva e basta.
E all’improvviso la vita che facevi prima è finita, per sempre.

disappear

A volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me.
(Norwegian Wood – Haruki Murakami)

Avete mai pensato di fuggire?

Io ogni tanto ci penso… più che un pensiero in realtà è un bisogno il mio. Un bisogno incontrollabile di partire, mollare tutto e andare lontano: il più lontano possibile da tutto ciò che è abituale, familiare, scontato e ordinario.

E’ così da sempre. O meglio, da quando ho imparato che da lontano le aspettative che le persone hanno su di te, scompaiono.
Perché in fondo il problema della familiarità, della confidenzialità, dell’intimità è proprio questo: le persone si aspetteranno qualcosa da te, e in quanto essere umani, non saranno mai aspettative semplici.
Siamo tutti pieni di aspettative: aspettative sulla strada che percorreremo, le persone che incontreremo, la differenza che faremo. Grandi aspettative su chi diventeremo e su dove andremo. E poi…aspettative su chi ci sta intorno.
Non possiamo farne a meno, conosciamo una persona e subito iniziamo ad aspettarci qualcosa da lei.

Quindi in definitiva, ovunque andrai, per quanto lontano scapperai o quanto bene ti nasconderai, ci sarà sempre qualcuno che si aspetterà qualcosa da te.
Non puoi evitarlo, non puoi impedirlo, non puoi negarlo… non puoi fare niente, perché niente è in tuo potere quando si parla di altre persone. Non puoi aspettarti niente di ciò che vorresti.

Perché fuggire allora, se l’unica soluzione sarebbe scomparire?

Nella vita le sparizioni avvengono, continuamente. Le chiavi di casa non sono più dove le avevi messe, gli occhiali per leggere non sono più nel posto dove li avevi lasciti l’ultima volta che li hai usati, il documento così importante che avevi deciso di conservare in quel luogo sicuro, non è più lì.
Non ci sono spiegazioni. Capita e basta.
La stessa cosa avviene con ciò che è immateriale: i sentimenti si dileguano, il dolore diventa un fantasma, la felicità si estingue e le aspettative si spengono.
E le persone? Le persone possono svanire?

Se qualcosa che non sapevamo di possedere scomparisse, ne sentiremmo la mancanza?

There’s more I have to say… so much more. But… I’ve disappeared.

Lezione_6: TRUST ME!

Fidùcia s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»]

Veniamo al mondo fragili e indifesi, e tutto ciò che possiamo fare, per istinto o per dovere, è imparare subito ad affidarci alle cure di chi ci sta intorno: i nostri genitori, i nostri parenti, gli amici di famiglia…
Visto attraverso gli occhi di un bambino il mondo è un universo di persone da cui imparate, su cui contare e fare affidamento per ricevere risposte.

Ben presto la vita ci insegna che non sempre le persone sono un porto così sicuro.

Crescendo impariamo che le persone ti deludono, che gli amici non mantengono i segreti, i compagni di scuola ti fanno i dispetti e i colleghi ti pugnalano volentieri alle spalle in tua assenza.
Il mondo è un’arena, e per sopravvivere tu devi essere disposto a combattere con più ferocia degli altri.
Ci convinciamo allora che è meglio non fidarsi affatto, del resto lo dice anche il proverbio “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”.
Più cresciamo e più ci convinciamo che la soluzione a tutte le sofferenze e delusioni che riceviamo sia non fidarci più, e così finiamo con l’isolarci sempre più in noi stessi, forti e sicuri della nostra indipendenza e autosufficienza.
Ci bastiamo a noi stessi, perché ci riteniamo gli unici degni della nostra fiducia.

Forse è questa la risposta che anche i Beatles cercavano quando cantavano:

“All the lonely people, where do they all come from?”

… siamo tutti soli perché non ci fidiamo degli altri.

Alla fine della giornata però, quando si arriva in fondo, l’unica cosa che vogliamo davvero è stare vicino a qualcuno. Quindi il fatto di non fidarci, prendere le distanze, fingere che non ce ne importi niente degli altri… sono solo un mucchi di stupidaggini.
Perciò, non ci resta altro da fare che sceglie con cura le persone che vogliamo avere vicino, e una volta che abbiamo scelto queste persone, teniamocele strette, strette… perché le persone che sono ancora con noi alla fine della giornata, sono quelle a cui vale la pena dare la nostra fiducia.

Perché in fin dei conti, la fiducia, è una cosa misteriosa: appare improvvisamente quando meno te lo aspetti… tutti abbiamo bisogno di qualcuno e di sapere che non siamo soli.
E chi ha detto che non possa essere qualcuno a quattro zampe, qualcuno con cui giocare e correre insieme o che ci stia solo accanto